Eterofamiliare, il business delle case famiglia in Italia

Quando la legge ‘non è uguale per tutti’

In questo momento storico, dove veniamo presi mediaticamente d’assalto dai  “Family day” e dalle “Unioni civili”, ho scoperto una nuova parola: “ETEROFAMILIARE”. E’ una definizione che sta ad indicare la situazione di migliaia di minori, che vivono la loro quotidianità allontanati dalla famiglia di origine. A seguito di una serie di denuncie, operate dall’Associazione Finalmente Liberi ONLUS, nella persona dell’Avvocato Cristina Franceschini, è emersa tutta una serie di ombre, relative sia al “modus” di allontanamento, sia alla non terzietà dei giudici onorari, che spesso risultano essere direttamente coinvolti nella gestione di case d’accoglienza o case famiglia.

I dati parlano di 29.309 minori, nell’analisi del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che al 31 dicembre 2010 erano stanziali nelle diverse strutture di accoglienza. Ma il flusso è ancora più ampio, se calcoliamo le entrate e le uscite, sono 40.000 i bambini ed i ragazzi che hanno vissuto questa dolorosa esperienza.

Nonostante ogni bambino abbia il diritto di crescere ed essere educato all’interno dell’ambito del proprio nucleo d’origine, se le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale, possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore, la legge 149/2001 richiede che siano disposti interventi di sostegno e di aiuto e a favore proprio del nucleo di appartenenza.

La realtà, però, è ben diversa.

Se nella statistica del 1998, tra le motivazioni dell’affidamento familiare predominavano in assoluto le condotte di abbandono e/o di grave trascuratezza della famiglia di origine, cui seguivano problemi prevalenti di tossicodipendenza e, infine, i gravi problemi economici, ai dati attuali i problemi economici della famiglia, i problemi abitativi, problemi lavorativi di uno o entrambi i genitori costituiscono corsie preferenziali verso il collocamento del minore in strutture di accoglienza.

Ergo, se siete genitori in uno stato di difficoltà economico, seppur temporaneo, o vivete una fase di litigiosità con l’ex coniuge, potete rischiare che i servizi sociali intervengano, e a seguito di C.T.U (consulenza tecnica d’ufficio), essere giudicati “inidonei all’esercizio della potestà genitoriale”. Di conseguenza l’allontanamento dei Vostri figli sarà più che probabile.

Un bambino su 4 è stato collocato in struttura o presso famiglia affidataria in base ad una misura a protezione in via di “emergenza”. Per emergenza, secondo l’art. 403 del codice civile, si intende “una situazione di pregiudizio del bambino, che richiede un intervento immediato per salvaguardare la sua incolumità”. L’intervento in emergenza può essere teso a proteggere l’integrità fisica, la salute psicofisica del bambino, da situazioni di grave pericolo anche in relazione alla sua età e capacità”.

Il ricorso a questo tipo di strumento, però, è sovrabusato. Parliamo di due terzi dei casi. Esso è particolarmente alto nelle regioni del Sud, specialmente in Basilicata, dove poco più di un bambino su 2 è stato destinatario di una misura di protezione in via di emergenza; situazione analoga è in Campania; abbiamo poi la Calabria con il 38%.

Inoltre, gli interventi di protezione messi in atto dai servizi, coinvolgono nuclei in cui sono presenti più bambini, che diventano spesso destinatari di analoghe misure di tutela. Il 63% dei bambini ha fratelli o sorelle, e ben il 53% dei bambini censiti ha uno o più fratelli, o sorelle anch’essi accolti: uno su quattro proviene da nuclei familiari in cui sono stati allontanati almeno 3 bambini. L’analisi per regione rivela che la Sicilia ha la più alta percentuale di situazioni caratterizzate dall’accoglienza di 3 o più fratelli e sorelle (44% dei bambini); seguono la Campania (38%) e la Puglia (34%).

Tutto questo, ha ovviamente un costo.

Al 90% degli affidatari viene erogato un contributo economico. In media consiste in 404 euro mensili. I contributi più alti si registrano nella Provincia autonoma di Trento (723 euro), in Calabria (602 euro) e a Bolzano (609 euro); i più bassi in Puglia (203 euro) e in Basilicata (233 euro). Ma questi sono contributi di “base”. Si possono arrivare a toccare cifre ben oltre i 3.000 (tremila) euro a bambino/mese.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ha promosso un’indagine nazionale sui bambini e gli adolescenti che vivono l’esperienza dell’accoglienza fuori dalla famiglia di origine, realizzata dal Centro Nazionale di documentazione e Analisi per l’Infanzia e L’adolescenza. Nel 2012, però, non sono pervenuti i dati relativi alle regioni di Lazio, Abruzzo, Basilicata e Calabria.

Anche il Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza si è interessato al problema, proprio a seguito dell’attenzione mediatica e delle interrogazioni parlamentari riguardanti le denunce dell’Associazione Liberi Onlus. E dal documento datato 2012 emerge che non vi sono controlli con accesso periodico a queste strutture.  Non si conosce, quindi, la situazione in cui versano i minori. Se vivono in uno stato di semi abbandono, se vengono maltrattati, se vengono “seguiti” nel processo di reinserimento nella famiglia di origine, è tutto lasciato al caso.

Non esistono dei controlli nazionali, non esistono degli accessi periodici effettuati da enti di vigilanza preposti. Non vi sono tariffe univoche e “congrue” al fine di uno sviluppo psicofisico quantomeno dignitoso del minore, durante la permanenza. Questa inadeguatezza, questa mancanza di controlli, questa assenza di standard, fa si che la quantificazione monetaria risulti quantomeno arbitraria, a discrezione delle strutture.

Strutture che spesso sono gestite, sono coadiuvate, dagli stessi Giudici Onorari.

Il Giudice Onorario è una figura che spesso non conosce la legge, ma che “aiuta” la decisione che il giudice prenderà, con tanto di voto equiparato in commissione. Questi Giudici possono essere psicologi, insegnanti, operatori sociali che apportano il loro parere, solo apparentemente disinteressato, sul caso di eventuale allontanamento del malcapitato minore.

Spesso i Giudici Onorari sono membri del CDA, consiglieri, consulenti delle stesse strutture che accoglieranno il minore, da loro stessi giudicato in “estremo pericolo”. Questo accade, nonostante esista una circolare del Consiglio Superiore della Magistratura, del 2015, che va a modificare completamente la precedente normativa, proprio rispetto all’assunzione di carica di Giudice Onorario. A differenza di quanto stabilito nella precedente circolare del 2010, e proprio grazie al clamore mediatico che queste denunce hanno alimentato e al conseguente sdegno dell’opinione pubblica, oggi la magistratura vieta la funzione di giudice onorario minorile a coloro i quali “rivestano cariche rappresentative in strutture comunitarie ove vengono inseriti i minori da parte dell’autorità giudiziaria o che partecipino alla gestione complessiva delle strutture stesse, o ai consigli di amministrazione di società che le gestiscono.”

Questo accade anche in caso di presenza di parenti entro il secondo grado che svolgano le medesime funzioni. La stessa previsione si applica a coloro che svolgono attività di operatore socio-sanitario o collaboratore a qualsiasi titolo delle strutture comunitarie medesime, pubbliche o private, spesso nominati C.T.U. dai tribunali stessi.

E allora come è possibile che a tutt’oggi ancora la situazione non sia chiara? Come è possibile che nessuno attui i controlli sulle strutture, sulle tariffe? Come è possibile che i Giudici Onorari non vengano controllati prima di essere nominati, o peggio ancora, durante?

E’ probabile, quindi, che prima di pensare alle adozioni, e alla famiglia in senso ampio, dovremmo riuscire ad evitare che questi “figli di nessuno” vengano allontanati solo per alimentare un business che va da 1,5 ai 2 Miliardi di euro annui.

Un esercito di minori, che vale una finanziaria.

Paola Cimaroli

 

Fonte: paeseroma.it